Dietro al mondo degli scultori e ai successi degli imprenditori, esiste da sempre una popolazione, laboriosa ed esperta, che assicura il corretto funzionamento della filiera del marmo.
Questo percorso intende ridare dignità a tutte quelle figure spesso rimaste nell’ombra, anonimi cavatori e scalpellini, senza i quali le glorie della Carrara di un tempo non sarebbero mai esistite.
A sinistra dell’ingresso principale di Marcognano, tra le molte sepolture a colombario (per usare la definizione di Leandro Caselli) addossate al muro perimetrale, si trova quella di Eugenio Poli (Carrara, 1865-1925), una delle tante figure che si muovevano sul confine tra arte e artigianato, dirigendo piccoli studi di architettura e ornato. Anche questi laboratori minori, tuttavia, potevano avere il loro momento di gloria, come quando Poli si vide incaricato della traduzione in marmo del modello per una fontana monumentale destinata alla piazza Júlio de Mesquita di San Paolo, in Brasile.
L’opera ebbe una lunga gestazione (1913-1927), anche per dissidi sorti tra il laboratorio carrarese e l’autrice del progetto, la scultrice Nicolina Vaz de Assis (1874-1941), ma fa ancora bella mostra di sé nel cuore della città carioca, dove ha ispirato pure una canzone popolare, Roubaram a lagosta (1970), del cantautore di origine italiana Adoniran Barbosa.
Vicinissima la lapide di Giovanni Giorgi (Carrara, 1852-1939), uno dei tanti “pesci piccoli” nel grande mare dell’escavazione: cavatori che, guidati dalla loro intraprendenza, tentarono il salto di qualità tramite l’acquisto, o la gestione, di cave di marmo. Giorgi, in questo caso, si distingue non tanto per la sua attività imprenditoriale, quanto per aver generato lo scultore Alterige Giorgi, autore del bel ritratto paterno sulla lapide, e di quello della madre Giuseppa Piccini, poco discosto.
A breve distanza, tra i monumenti a terra del primo poligono, si nota quello di Attilio Merlini (Carrara, 1927-1990): molti lavoratori del settore hanno voluto lasciare una testimonianza, incisa nel marmo, della loro attività.
Marcognano pullula di queste opere di arte popolare, capaci di trasportarci in un mondo dalle radici antiche, oggi profondamente modificato dalle nuove tecnologie.
In questo caso ci troviamo di fronte a una scena della vita in cava, il taglio con il filo elicoidale: questa tecnica, introdotta a fine Ottocento nel bacino di Carrara, era basata sull’utilizzo di un trefolo, un cavo formato da tre fili di acciaio intrecciati ad elica, mosso da un motore a scoppio. Sulla lapide è ben visibile la puleggia rotonda che permetteva a cavo di scorrere e cambiare posizione; un costante afflusso di acqua e sabbia, trascinata dalle spire del filo, andava ad agire sul marmo causandone la segatura, ovvero il taglio.
Tornando a volgere lo sguardo verso i loculi a muro, si scorge la lapide, più antica, di un giovane scalpellino, Ottorino Bertoli (Carrara, 1893-1927) sepolto assieme alla madre Albina. La qualifica di scalpellino poteva essere transitoria, tappa precoce del percorso di formazione di uno scultore maturo, o indicare la condizione di un lavoratore subordinato, addetto alle fasi di sbozzatura. Non conosciamo altri dettagli biografici del povero Ottorino, se non quelli che lui stesso, o i suoi cari, hanno voluto eternare nel marmo: la presenza degli strumenti lo lega alla professione dello scalpello, forse un ornatista, vale a dire lo scultore specializzato nella produzione di preziosi intagli e motivi architettonici?
Attraversando il poligono per le sepolture, in corrispondenza della quarta cappella, si giunge alla moderna sepoltura del cavatore Giancarlo Contipelli (Carrara, 1936-2008), fieramente ritratto con i ferri del mestiere, di fronte a una tagliata marmorea, quasi un ultimo erede della più antica professionalità dei carrarini.
Tra le sepolture a parete notiamo invece la lapide di Angelo Pietro Bresciani (Carrara, 1868-1935), orgogliosamente definitosi industriale. Titolare del laboratorio per la lavorazione artistica del marmo Bresciani Pietro & Son, in località Bugliolo, nel 1924 dichiarava un reddito imponibile di 3000 lire. Una cifra modesta rispetto agli imprenditori più noti (che potevano denunciare importi nell’ordine delle centinaia di migliaia di lire), ma un reddito che poteva permettere uno stile di vita da medio borghese. Il compasso, la squadra, il “mazzuolo” (un robusto martello) e il “violino” (il tradizionale trapano a mano) sono disposti attorno a un tronco di colonna sormontato da un elaborato capitello. Quasi una dimostrazione visiva del tipo di manufatto che doveva uscire abitualmente dall’impresa di famiglia.
Sul lato opposto, nel poligono che guarda verso la collina, si trovano altre due lapidi dedicate al lavoro in cava, quella di Carlo Bianchini (Carrara, 1924-2014) e di Romano Bevazzini (Carrara, 1928-1991): il primo un camionista specializzato nel trasporto degli enormi blocchi di marmo, dal monte al piano, l’altro un più generico cavatore, con la veduta di una tagliata, dalla parete informe ai blocchi ormai estratti, fino al ravaneto, la distesa di detriti incombente sulla valle.
Si raggiunge il settore nord di Marcognano dove, tra le varie cappelle, spicca quella, in sobrio stile razionalista, della famiglia Corsi. In questo caso, ad interessarci, non sarà tanto la storia dei Corsi, tradizionalmente legati al mondo dell’imprenditoria estrattiva, ma il racconto affidato alle sei formelle in bassorilievo poste in facciata del severo edificio.
Cominciando da sinistra e procedendo dall’alto verso il basso, assistiamo alle varie fasi della filiera del marmo, dalla cava alla spedizione. Dall’estrazione del blocco si passa alla sua riquadratura, ovvero la riduzione in forme geometriche, e alla lizzatura, delicatissima e rischiosa operazione per il trasporto dei marmi dalla cava al piano. Sul lato destro il marmo affronta la sua lavorazione artistica: viene dapprima sbozzato, da uno scalpellino, quindi rifinito da due scultori, forniti di attrezzature moderne, e trasformato in una scultura di carattere figurativo. L’ultima scena vede l’imbarco della cassa contenente la statua, issata su una nave che la trasporterà in qualche lontana destinazione: il destino riservato alla stragrande maggioranza delle sculture realizzate a Carrara nel corso dei secoli.
Prima di concludere il percorso, avvicinandosi all’uscita, si nota un curioso manufatto: si tratta di una riproduzione in scala ridotta del complesso sistema della lizza, proveniente dal monumento smembrato di Giuseppe Del Bianco (Carrara, 1907-1979) e qui lasciato dagli eredi.
Testimonianze di questo genere popolano l’intero cimitero, e possono costituirne una chiave di lettura piacevole e interessante. Se ne è proposta una piccola selezione che potesse illustrare i vari aspetti del lavoro del marmo, evidenziandone l’alta specializzazione, richiesta anche per le funzioni più “meccaniche”, e il viscerale attaccamento degli uomini alla materia, in tutte le fasi della sua trasformazione.