Una città legata alla scultura

Carrara e gli scultori

Gli artisti dello scalpello che hanno fatto la storia della scultura carrarese.

Il nome di Carrara è legato da secoli all’arte della scultura. Un’identità forte che la città stessa volle celebrare sin dall’Ottocento, con l’apposizione di lapidi commemorative sulle case natali degli artisti più noti e sull’abitazione dove soggiornava Michelangelo, nume protettore della vocazione artistica carrarese.

L’Accademia di Belle Arti, fondata nel 1769, è il luogo deputato a tramandare questo indissolubile legame, con i suoi Accademici d’onore, da Antonio Canova a Maurizio Cattelan, e la ricca collezione di gessi e sculture.

Il sito di Marcognano, tuttavia, non è meno incisivo nel rappresentare il ruolo di Carrara città della scultura: tra i suoi viali riposano moltissimi maestri dello scalpello, dai più affermati, con sfarzose cappelle di famiglia, statue e ornati in marmo, ai meno noti, sepolti dietro semplici lapidi.

Questo percorso, il più esteso della serie, vuole raccontare la grande stagione vissuta dai laboratori artistici cittadini tra Otto e Novecento, con tutte le ramificazioni internazionali di un mercato della scultura allora in piena espansione.

A sinistra dell’ingresso principale, scendendo nel suggestivo ipogeo, una lunga galleria funeraria, si incontra il più anziano tra gli artisti sepolti a Marcognano, Ferdinando Pelliccia (Carrara, 1808-1892).

Direttore della locale Accademia di Belle Arti per oltre quarant’anni (1846-1892, un vero record!) egli poteva vantare una tradizione di famiglia nel campo della scultura con pochi eguali. Un avo, Francesco Pelliccia, era stato uno degli uomini di fiducia di Michelangelo a Carrara, ne curava le spedizioni di marmi e ospitava il Buonarroti nella sua abitazione in piazza del Duomo. Il nipote di questi, Andrea, fu scultore attivo tra Bologna e Carrara, a fine Cinquecento, mentre il bisnonno Jacopo Antonio (Carrara, 1713-1774 ca.) lavorò a Napoli nella Cappella Sansevero come assistente di Francesco Queirolo. Il nonno Domenico Andrea Pelliccia (Carrara, 1736-1821) fu raffinato ritrattista della scuola di Giovanni Antonio Cybei e tra i primi professori dell’Accademia (dal 1776), mentre il padre Carlo Antonio (Carrara, 1774-1851) lavorò alla produzione in serie di busti di Napoleone negli anni del dominio francese.

Ferdinando Pelliccia, dopo aver appreso i primi rudimenti dell’arte dal nonno, fu allievo a Roma di Pietro Tenerani (che lo considerava il suo miglior seguace) prima di tornare in patria e dedicarsi all’insegnamento accademico. Fu scultore di raffinatezza tecnica e persistente gusto neo classico: apprezzato ritrattista, lavorò a lungo per la corte estense di Modena, sotto il cui dominio si trovava Carrara prima dell’unità nazionale.

La lapide, di squisita fattura, risale agli anni 20 del Novecento ma conserva, nell’elegantissimo profilo di Minerva sulla sinistra, un omaggio alla tradizione greco romana che aveva dominato la scuola di scultura locale per tutto il XIX secolo.

Proseguendo nell’ambulacro sotterraneo, e seguendone la curva verso destra, si trovano le lapidi di Alessandro Lazzerini (Carrara, 1860-1942), e del padre Giuseppe Lazzerini (Carrara, 1831-1895), anch’essi rappresentanti di una tradizione familiare che risale, perlomeno, alla fine del Seicento.

Nipote del celebre Francesco (Carrara, 1748-1808), scultore attivo tra Parigi, Roma e San Pietroburgo a cavallo dei due secoli, e figlio di Roberto (Carrara, 1779-1832), Giuseppe Lazzerini fu discepolo di Pietro Tenerani a Roma e di Ferdinando Pelliccia a Carrara. Fu professore nella locale Accademia di Belle Arti e diresse lo studio di famiglia in corso Rosselli, dal quale inviò lavori in Irlanda, Danimarca, Francia, Gran Bretagna ecc. Coltivò proficui rapporti con artisti e diplomatici statunitensi.

Il figlio Alessandro Lazzerini conobbe un precoce successo con il monumento funebre dei principi di Borbone (1888) per la Villa Reale di Marlia (LU) e aprì studio a Firenze (1889).

Alternandosi tra il laboratorio paterno e il capoluogo toscano, ottenne ampia notorietà con l’esecuzione di grandiosi monumenti pubblici. Il primo fu quello dedicato a Guido Mazzoni (Prato, 1897), poi il Giovanni Battista Pergolesi per Jesi (1910) e il Giorgio Vasari (1911) e il Petrarca (1928) destinati a Arezzo. Non mancarono opere per il mercato internazionale, come il monumento a Benito Juarez per Città del Messico (1910) o quello al maresciallo Sucra per L’Avana (1930). Localmente è ricordato anche per il monumento funebre dell’imprenditore Carlo Fabbricotti a Marinella di Sarzana (1912).

La crisi del 1929 lo colpì duramente, costringendolo a cedere, prima il prestigioso studio fiorentino, poi le case e laboratori di famiglia a Carrara. La lapide, tutto sommato modesta, riflette le difficoltà di questa sua ultima stagione: fu realizzata su suo modello e include una figura femminile dolente, reclinata su se stessa, mentre si copre il viso, in atto di disperazione, e sfiora con la mano destra gli strumenti della statuaria.

Quasi un genio della scultura che piange, riflettendo sulla fine di una stagione irripetibile per l’arte dello scalpello.

Risalendo in superficie, e svoltando verso destra si approfitta di una breve scaletta per raggiungere l’alta cortina del muro di cinta, intessuta di loculi. Nelle vicinanze, una semplice lapide ricorda Alterige Giorgi (Carrara, 1886-1970): allievo di Leonardo Bistolfi a Carrara, e di Giuseppe Guastalla a Roma, Giorgi fu scultore molto attivo, autore di statue in marmo per monumenti commemorativi (Fagarè della Battaglia, Trezzo sull’Adda, Bari, ecc.) e della Fontana dei quattro putti a Massa (1927). Marcognano custodisce un importante corpus di suoi lavori, una serie di lapidi decorate da bassorilievi in marmo realizzati con tecnica sicura, profonda sensibilità e inesauribile fantasia. Lo incontreremo ancora.

Avanzando verso il declivio della collina si viene colpiti da un'impressionante serie di cappelle funerarie, la prima delle quali, caratterizzata da un esteso corredo scultoreo, è quella dello scultore Cesare Faggioni (†1912), fidato collaboratore dello studio Nicoli, imprenditore del marmo e autore di varie opere per l’Uruguay.

A fianco il solenne monumento della famiglia di Carlo Nicoli (Carrara, 1843-1915), fondatore del più noto tra i grandi studi di scultura carraresi dell’Ottocento e l’unico ancora attivo. Per entrambe le opere si rimanda alla descrizione dettagliata nelle schede dedicate.

Dietro a questi monumenti si alza una cortina di loculi tra i quali si distinguono quello di Pietro Lazzerini (Carrara, 1837-1917), impreziosito da un bell’autoritratto che enfatizza, nella vista di profilo, i folti mustacchi tipici dell’epoca.

Cugino del già incontrato Giuseppe Lazzerini, Pietro fu professore in Accademia dal 1878. Documentato a Firenze e a Berlino in età giovanile, svolse la sua attività più matura nella casa studio realizzata dal padre Tommaso in corso Rosselli (riconoscibile per la presenza, in facciata, di un Angelo ivi realizzato da modello di Johann Werner Henschel). Pietro Lazzerini inviò opere a Roma, Londra, Parigi e Vienna: in città è di sua mano l’altorilievo con i Santi Quattro Coronati (1861), patroni degli scalpellini e degli scultori, nel duomo di Sant’Andrea. A fianco della sua lapide si conservano quelle, pure lavorate nello studio di famiglia, della figlia Olga e della moglie Paolina Triscornia, sulle quali spiccano due vividi ritratti entro medaglioni.

Due rampe di scale conducono al livello delle cappelle superiori, che dominano il profilo di Marcognano con il loro carattere spiccatamente architettonico.

La prima di queste, sulla sinistra, fu eretta dallo scultore Paolo di Ferdinando Triscornia (Carrara, 1853-1936) per sé e la propria famiglia. Ultimo erede di una dinastia di scultori già celebre a fine Settecento, Paolo fu titolare di uno dei maggiori laboratori della città, ancora ben visibile lungo la via Carriona in località San Martino. Per una più dettagliata descrizione della sua attività, e della peculiare cappella funeraria ispirata all’antico Egitto, si rimanda nuovamente alla scheda dedicata.

La parete di fondo, in corrispondenza dei monumenti Forti e Mattioli, conserva la lapide di Alcimedonte Vaccà (Carrara, 1845-1930), ultimo esponente di una famiglia nota già a fine Seicento nel mondo della scultura - l'avo Andrea Vaccà (Massa, 1656 - Carrara, 1729) fu statuario di tutto rispetto, allievo di Giovanni Battista Foggini a Firenze. Alcimedonte si alternò tra l'insegnamento accademico, al quale dedicò la maggior parte della vita, e l'attività di scultore nello studio di via Rosselli. Tra i suoi allievi si ricorda Sergio Vatteroni (1890-1975), che gli dedicò un sentito omaggio post-mortem: un vivace ritratto in tela donato dall'autore all'accademia nel 1932.

Nella parte più alta del cimitero, raggiungibile anche tramite gli ascensori posti nel complesso centrale, si trova invece l’evocativa cappella funeraria di Giovanni Beretta (Carrara, 1867-1931). Preceduto da una breve scalinata, il mausoleo di famiglia sembra scolpito nella nuda roccia e l’avanzare della vegetazione, siamo al limitare del bosco, accentua l’impressione.

Due massicce colonne doriche sorreggono un robusto architrave e fiancheggiano la porta centrale, chiusa da battenti con un severo motivo geometrico di ispirazione classica, quasi l’accesso a un’altra dimensione, al mondo dell'oltretomba.

L’affascinante atmosfera neoclassica nasconde però un significato più celato, andando a richiamare l’analoga architettura del mausoleo di Giuseppe Mazzini a Staglieno (1874). Non solo, in questo caso, una dichiarazione di fede mazziniana ma un preciso riferimento all’esecuzione dell’opera, disegnata dall’architetto Geatano Vittorio Grasso (1849-1899) e alla cui realizzazione aveva partecipato Giovanni Beretta. Fondato nel 1919, ed ancora visibile in via Cavour – per quanto trasformato in loft da abitazione – lo studio Beretta è rimasto in attività fino al 1970, grazie ai figli e ai nipoti di Giovanni. Opere realizzate dai Beretta si trovano oggi in Europa, America Latina, Stati Uniti e Australia. Nel camposanto si conserva anche la statua di Adelaide Pacini Masetti  Renato Beretta (1891-1963), nuovamente ispirata a Staglieno (in questo caso alla Caterina Campodonico di Lorenzo Orengo - si veda il percorso I volti della città).

Ci si dirige quindi, tornando ai livelli inferiori, verso le cappelle del lato nord di Marcognano, di aspetto decisamente più moderno: la seconda da sinistra appartiene alla famiglia Caniparoli – Lena e conserva, al suo interno, i resti di una figura chiave della Carrara di inizio secolo, Antonio Caniparoli (Seravezza, 1828 – Carrara, 1914).

Titolare di un grande studio specializzato nella produzione di sculture ornamentali e lussuosi elementi architettonici in marmo, Caniparoli era dotato di notevole spirito imprenditoriale. Partecipò con successo a esposizioni in Australia, ad Anversa e a St. Louis (oltre che in numerose città italiane), proponendosi come il laboratorio dal profilo più internazionale tra quelli attivi in città.

Il maestoso palazzo di famiglia in località San Martino, nei pressi dell’allora stazione ferroviaria, era una meta fissa per i turisti, e riassumeva le funzioni di abitazione privata, ufficio commerciale, galleria e stabilimento industriale: fu disegnato come Marcognano, da Leandro Caselli (1890 circa).

Nella cappella si conservano la lapide originaria della sua sepoltura, che ne ricorda la fibra tenace, operosa, e il gusto raffinato (attinse alle fonti dell’arte l’amore della bellezza), e un bel busto in gesso, che lo ritrae in età matura.

Poco più avanti, la moderna cappella della famiglia Raffo nasconde uno dei tesori più affascinanti, e inaspettati del cimitero: nei pressi della sepoltura dello scultore Pietro Raffo (Carrara, 1866-1912), gli eredi hanno infatti voluto conservare il suo lavoro più noto: il gruppo, noto come Padroni del campo, vincitore del premio Fabbricotti nel 1906. Istituito nel 1873, il premio Bernardo Fabbricotti era assegnato, ad anni alterni, ad opere di scultura, ornato e architettura: prevedeva l’erogazione di una somma in denaro ed era riservato ad artisti residenti a Carrara, suscitando puntualmente accese discussioni.

L’opera di Raffo, tuttavia, non colpisce tanto per l’antico riconoscimento quanto per l’originalità del soggetto: un gruppo di quattro gatti che giocano e si stiracchiano, rovesciando un cesto di vimini e rompendo un piccolo vaso, incuranti delle rose e dei libri che completano la scena.

Veri padroni della scena, i gatti di Raffo sono sorretti da un ricercato basamento in bardiglio, che permette loro di ruotare ad uso dello spettatore, ornato di motivi che richiamano, in maniera assai divertita e irriverente, il motivo principale.

Seminascosta dietro l’ultima cappella, al livello più basso tra le molte sepolture a colombario, si trova la lapide di Pietro Tagliazucchi (Carrara, 1912-1967). Figura assai originale nel panorama apuano, Tagliazucchi si distinse per l’esibita padronanza tecnica, che gli valse il titolo di scultore che ricamava il marmo. Tra le molte sue opere, a colpire maggiormente l’immaginazione sono quei piccoli oggetti nei quali egli aveva modo di dimostrare tutto il suo virtuosismo raro: ragnatele finissime abitate da ragni e mosche, morbidissime (alla vista) cuffiette femminili ed eleganti ventagli (ovviamente non utilizzabili) impreziositi da scene allegoriche.

Poco discosta la sepoltura di Ezio Dini (Carrara, 1887-1966) figura poliedrica di artista, storico e bibliotecario (e per questo inserita anche nel percorso I volti della città). Allievo del già incontrato Pietro Raffo, si dedicò perlopiù a sculture di soggetto religioso, unendo alla costante ispirazione quattrocentesca influenze Art Nouveau o DecòSuo il bassorilievo sulla lapide della sorella Assuntina Dini (vedi I volti della città) e quello sulla propria lapide, Pietas, del quale si conosce anche il modello in terracotta.

Alzando lo sguardo verso il livello superiore si intravede una delle numerose sepolture a muro che identificano con la qualifica di scultore l’altrimenti ignoto defunto: in questo caso si tratta di tale Dario Ferrari (1883-1969), della cui attività non emergono, al momento, tracce.

Scendendo più in basso ci si avvicina alla lapide di Giuseppe Giovannoni (Carrara, 1879-1924) titolare di uno studio di arte funeraria in marmo a Cambridge, Massachusetts (oggi nell'area metropolitana di Boston).

Partito da Carrara a fine Ottocento con la qualifica di scalpellino, Giovannoni divenne in breve scultore affermato e rilevò l'avviato laboratorio di J. J. Horgan, fondato nel 1866 nella main street del quartiere portuale di Cambridgeport.  Nel 1921 tornò in Italia per assistere l'anziana madre, affidando la ditta, ribattezzata Joseph Giovannoni & Co. a un collaboratore di fiducia: ammalatosi egli stesso non rivide mai il suolo americano. La lapide è ornata di un pregevole autoritratto in medaglione, di gusto realistico, con il volto fortemente caratterizzato dai grandi baffi e dall'espressione sottilmente soddisfatta di chi seppe affermarsi con successo in una terra così lontana.

Assai vicina la sepoltura di Antonio Allegretti (Cuneo, 1840 – Carrara, 1918), scultore accademico di fama nazionale: allievo a Genova di Santo Varni, eseguì nel 1881 la sua opera più celebre, Eva dopo il peccato (Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna).

Si dedico quindi all'insegnamento, dapprima presso l'Istituto d'Arte di Roma, poi nell'Accademia di Belle Arti di Carrara, della quale fu direttore nei primi anni del secolo. La lapide, sobria e ricercata, lo definisce della scultura maestro esimio, accompagnando il concetto con precise raffigurazioni degli utensili della pratica scultorea.

Sullo sfondo, sotto l'ala protettrice di un grande Cristo Redentore, riposano Umberto Ascoli (Carrara, 1874-1937) e la sua famiglia. Industriale e scultore di antica origine ebraica, Ascoli era titolare del laboratorio artistico, specializzato in arte sacra, The Carrara Fine Art Marble Works, sito in via Roma.

La ditta, che si pubblicizzava vantando la modernità dei propri macchinari, fu molto attiva nell'esportazione di arte funeraria in Gran Bretagna e disponeva di una filiale con laboratorio e deposito a Durban, in Sudafrica.

A pochi passi la lapide di Alessandro Marchetti (Carrara, 1857-1918), stretto collaboratore del già incontrato Carlo Nicoli: eseguì, tra le altre cose, il modello del cavallo per la statua equestre del presidente Gerardo Barrios (El Salvador, 1906),

Nell’angolo nord del muro di cinta si nota infine la cappella di Andrea Frassini (Carrara, 1879-1930), del laboratorio Frassini & Sons in località Campiglia; sopra l’ingresso un riadattamento, anche dimensionale, della Pietà Vaticana di Michelangelo.

Il percorso si conclude, passeggiando lungo il muro di cinta – dove si incontrano le lapidi di Francesco Bienaimè (Carrara, 1844-1913), ultimo scultore tra i discendenti di una famiglia francese attiva a Carrara già a fine Settecento e di  Vincenzo Bonanni (Carrara, 1865-1920).

Di nobili origini, nipote dell'omonimo scultore Vincenzo Bonanni (1802-1887) e fratello dell'architetto Enrico Bonanni (1869-1914, sepolto in loco - I volti della città), Vincenzo mantenne un rapporto privilegiato con il mercato inglese, arrivando ad aprire uno studio a Londra nel quartiere di Tottenham. Ebbe particolare successo nella ritrattistica in marmo, immortalando molti volti della più alta aristocrazia britannica.

Il percorso giunge infine ai giardini che fiancheggiano il tempio centrale, dominati dal granitico monumento funebre di Arturo Dazzi (Carrara, 1881 – Pisa, 1966) e della moglie Andreina Vannoni detta Gri (1889-1982).

Protagonista assoluto dell’arte tra le due guerre, Dazzi realizzò opere monumentali, spesso in collaborazione con l’architetto Marcello Piacentini (Roma, 1881-1960), e apprezzatissime sculture dal tono più intimo, tra le quali il celebre Cavallino (1928), replicato più volte e del quale si conserva un esemplare non finito nei pressi dell’ingresso al camposanto. Suo il monumento (detto anche obelisco o antenna) a Guglielmo Marconi all'EUR, opera di impressionanti dimensioni (45 metri di altezza) e dalla lunga e travagliata realizzazione (1939-1959)

La sepoltura, dapprima del tutto spoglia, fu in seguito arricchita, per volontà della vedova, di una traduzione in marmo del modello di Dazzi per una Sant’Agnese (1951, messa in opera nel 1971).

Passeggiando tra i viali di Marcognano capita di imbattersi in molte altre sepolture di scultori, dagli insegnanti accademici quali Giuseppe Biggi (Carrara, 1861-1943) Capo d’arte per la tecnica e lavorazione del marmo, ai modellatori come Emanuele Tavarelli (Carrara, 1863-1942). La lapide di quest'ultimo si fa notare per il delicato rilievo con Cristo risorto e tre angeli,  su uno sfondo di nuvole popolato da putti svolazzanti. 

Di altri ancora non si trovano notizie: sono quegli scultori che lavorarono per studi più grandi, in posizione subordinata, ma che rivendicarono orgogliosamente il loro status artistico sulle proprie lapidi – Andrea Bertozzi (Carrara, 1835-1913), Ferdinando Sanguinetti (Carrara, 1847-1934), il già citato Dario Ferrari e molti altri.

Ogni angolo di Marcognano custodisce ancora un nome da riscoprire, un rilievo da osservare, una traccia quasi cancellata dal tempo. È anche in queste presenze silenziose che continua a vivere la memoria di Carrara come città degli scultori.

Nota:

Per rispetto della necessaria distanza storica, il percorso non comprende gli scultori scomparsi negli ultimi decenni.