Anche dopo la morte, uomini e donne hanno spesso affidato al marmo un ultimo messaggio: la testimonianza del proprio credo religioso, dei propri ideali o della propria appartenenza politica. Messaggi talvolta espliciti, in altri casi più criptici o comunque meno evidenti, segnano moltissime sepolture di Marcognano.
Tralasciando le più comuni simbologie cristiane, largamente diffuse e facilmente comprensibili, questo percorso vuole porre l’accento sulle storie meno raccontate, sui segni più nascosti e sulle ombre che gravano sul nostro passato.
Nella parte più alta del cimitero, quasi irraggiungibile (si possono in verità utilizzare gli ascensori nel corpo centrale) e nascosta dalla vegetazione, si trova la più cupa tra queste testimonianze: un ampio monumento, nato come Sacrario dei Martiri della Rivoluzione Fascista, nel quale sono riunite le spoglie di dodici uomini morti nei cosiddetti Fatti di Sarzana del 1921. Il primo della serie, all’estrema sinistra, è il muratore e imprenditore di sentimenti nazionalisti Pietro Procuranti, ucciso il 15 luglio 1921 a Tendola (MS) in circostanze mai del tutto chiarite: fu la scintilla che fece deflagrare lo scontro.
Le morti si susseguono in ordine cronologico, da sinistra a destra. Alle violenze squadriste reagirono gli Arditi del Popolo, ai quali viene ascritta l’uccisione di Venanzio Dell’Amico; la maggior parte degli altri morì presso la stazione ferroviaria di Sarzana il 21 luglio, in un duro scontro a fuoco con i Carabinieri, ai comandi di Guido Jurgens, i quali si rifiutarono di lasciar entrare la nutrita colonna di camicie nere in città.
Il monumento ha la forma di un’ara pagana, al centro della quale si erge un elemento architettonico, quasi un altare, sul quale doveva ergersi un busto di Mussolini, mai realizzato.
Quasi appaiata la suggestiva cappella funeraria di Giovanni Beretta (Carrara, 1867-1931). Preceduto da una breve scalinata, il mausoleo di famiglia sembra scolpito nella nuda roccia e l’avanzare della vegetazione, siamo al limitare del bosco, accentua l’impressione. Due massicce colonne doriche sorreggono un robusto architrave e fiancheggiano la porta centrale, chiusa da battenti con un severo motivo geometrico di ispirazione classica, quasi l’accesso a un’altra dimensione.
L’affascinante atmosfera neoclassica nasconde però un significato più celato, andando a richiamare l’analoga architettura del mausoleo di Giuseppe Mazzini a Staglieno (1874). Non solo, in questo caso, una dichiarazione di fede mazziniana ma un preciso riferimento all’esecuzione dell’opera, disegnata dall’architetto Gaetano Vittorio Grasso (1849-1899) e alla cui realizzazione aveva partecipato Giovanni Beretta.
Scendiamo di livello, fino a raggiungere l’imponente sequela di cappelle funerarie che occupa la terrazza sud del complesso. Qui le simbologie si fanno più oscure, con apparati decorativi che sembrano rimandare all’immaginario esoterico e, in alcuni casi, anche a quello massonico.
Elementi destinati a un pubblico colto, iniziato, in grado di coglierne il significato più profondo: ed ecco che i motivi ispirati all’antico Egitto della Cappella Orsini o, ancor di più, di quella eretta dallo scultore Paolo di Ferdinando Triscornia, richiamano la cultura simbolista ed esoterica di inizio secolo.
Si spinge ancora oltre l’ardita (simbolicamente parlando) architettura del sepolcro della famiglia Mattioli, esternamente priva di richiami alla tradizione cristiana, e caratterizzata da una massiccia struttura a tronco di piramide: emblema di ascesa spirituale e ricerca della conoscenza, la piramide unisce la stabilità terrena alla tensione ascensionale verso il divino. La sua natura tronca può rappresentare l’incompiutezza dell’opera umana o la soglia tra mondo materiale e spiritualità: un repertorio iconografico di grande suggestione, largamente condiviso anche dagli ambienti massonici.
Il poligono sottostante conserva una traccia meno enigmatica e più serena, di ideali legati alla pace, alla libertà e all’impegno civile.
Il volo di colombe dello scultore tedesco Pierre Schumann (1917-2011) intende sottolineare proprio questi tratti del carattere di Carlo Andrei (Carrara, 1905-1994), partigiano, imprenditore e primo sindaco della Carrara del dopoguerra. Conosciuto con l’affettuoso nomignolo di Pipa, Andrei fu un personaggio chiave nella vita politica della città, dando inoltre vita agli Studi artistici A.M.A. a Marina di Carrara. Negli anni Sessanta fu protagonista, assieme all’amico Nardo Dunchi, di una leggendaria operazione di “salvataggio” dei templi di Abu Simbel, smontati pezzo per pezzo e ricomposti in una nuova sede.
Storie ben più remote emergono da alcune lapidi che si incontrano, nella discesa verso il piano del cimitero: i garibaldini Bernardo Orlandi (Carrara, 1836-1909) ed Evaristo Franzoni (Carrara, 1847-1915), hanno voluto evidenziare in maniera indelebile questo loro passato. Il primo, reduce di San Martino, partecipò alla Spedizione dei Mille prima di dedicarsi all’attività di scalpellino e di gestore di una ricevitoria del lotto. La sua sepoltura è eloquente nel ricordare la sua esperienza di camicia rossa: Bernardo Orlandi della gloriosa schiera dei mille.
Evaristo Franzoni, reduce di Bezzecca e Mentana, si dedicò poi a una più lucrosa attività come gestore di cave: la sua lapide, impreziosita da un raffinato lavoro di intaglio, fu voluta dai figli e ne ricorda il passato da valoroso combattente per l’indipendenza italiana.
Il percorso si conclude nell’ombra della galleria sotterranea che riconduce all’ingresso: imboccandola da sud si incontra dapprima la tomba del giovanissimo Pietro Todisco (Carrara, 1916-1933), la cui simbologia cristiana ha il curioso tono di una celebrazione dell’Azione Cattolica Italiana, la più nota tra le associazioni cattoliche laicali, fondata nel 1867. La lapide del negoziante di marmi e di legnami Ferdinando Piccini (Carrara, 1820-1903) è invece ricca di simbologie mazziniane e massoniche, dal berretto frigio alla squadra e al compasso, fino al sole nascente. I documenti lo dicono coinvolto nel processo a Francesco Domenico Guerrazzi del 1853, quando Piccini, allora militare, si era schierato apertamente con il governo provvisorio della Toscana (1848-49). Volle essere ricordato come fervido costante apostolo dell’ideale Dio e Popolo.
Chiude il percorso, poco prima della risalita in superficie, la semplice lapide di Andrea Serra (Carrara, 1835-1931): morto quasi centenario, egli volle comunque fosse eternata, con una semplice frase incisa nel marmo, la sua giovanile esperienza politica: appartenne alla Giovine Italia di G. Mazzini.
Marcognano conserva così non solo la memoria degli uomini, ma anche quella delle idee che ne hanno guidato la vita.