Tante singolarità da scoprire

I volti della città

Letterati, politici, artisti, atleti ma anche persone comuni e commercianti: le tante figure della Carrara che fu.

Artisti, scalpellini, cavatori, imprenditori, politici: il cimitero monumentale di Marcognano può essere letto come un enorme libro di marmo, che racconta le storie dei personaggi che più hanno inciso nella Carrara del Novecento.

Tra le sue bianche pagine, tuttavia, si celano anche atmosfere più intime, volti familiari e storie di tutti i giorni: quelli delle persone comuni, più o meno note, degli artigiani e dei professionisti, ma anche di chi fece della cultura, o dell’impegno sociale, la chiave di volta della propria esistenza.

È vicino all’ingresso, a sinistra della cappella centrale, uno dei monumenti più amati, dell’intero complesso: un vivido ritratto, la statua di un’anziana signora, con il rosario in mano, le braccia in grembo e un’espressione di profonda umanità. Fu eseguita dallo scultore Renato Beretta (Carrara, 1891-1963) e ritrae Enrichetta Raggi (Carrara, 1837-1929), una donna del popolo, casalinga e madre di cinque figli, che passò la sua vita, come tante, tra il rione del Caffaggio e la via Carriona. La scultura è evidentemente ispirata alla notissima Venditrice di nocciole (la statua di Caterina Campodonico a Staglieno, realizzata nel 1881 da Lorenzo Orengo - Genova, 1838-1909) e ne riecheggia in parte anche la vicenda: Enrichetta risparmiò per anni, inseguendo il sogno di un monumento funebre realizzato da uno scultore di prim'ordine, proprio come aveva fatto la genovese Campodonico. Gli eredi (varie discendenti riposano con lei), ne assecondarono la volontà affidandosi a uno degli studi più importanti della città, quello dei Beretta. Negli anni l'opera ha assunto valore universale come monumento a tutte le nonne (B. Gemignani).

Anche chi svolgeva un lavoro anonimo e burocratico poteva desiderare di veder tramandata la propria professione ai posteri: così Luigi Cammilli (Carrara, 1900-1927), la cui lapide si trova a breve distanza, tra le sepolture a parete, lasciò la sua breve esistenza con la qualifica di ragioniere e i ferri del mestiere, libro e penna, in bella vista.

Seguendo la curva a destra del muro perimetrale si giunge presto di fronte al monumento del letterato Cesare Vico Lodovici (Carrara, 1885 – Roma, 1968), noto per l’attività di commediografo e librettista di successo. Amico (tra gli altri) di Eugenio Montale, Ugo Ojetti e Luigi Pirandello, Lodovici lavorò anche come sceneggiatore per il cinema e la televisione, confermando la sua centralità nella letteratura italiana del Novecento.

Una curiosità: egli non è sepolto a Marcognano ma a Roma! La lapide fu voluta dal fratello, che lo dava per morto, mentre Lodovici era prigioniero di guerra (1918). Si racconta che egli, nelle sue visite a Carrara, si divertisse a condurre gli amici in visita, alla propria tomba, con un gesto, anche scaramantico, di sicuro effetto.

Volgendo lo sguardo in alto, verso la prima fila di sepolture a loculi di fronte al monumento Lodovici, si scorge la semplice lapide di Vico Fiaschi (Carrara, 1875-1933), politico socialista, avvocato, uomo di lettere e insegnante. Giovanissimo, fu accusato - ingiustamente - di essere stato l'ispiratore di un attentato anarchico: imprigionato per più di un anno fu scagionato da ogni accusa nel 1898. Il suo rientro a Carrara assunse il carattere di un vero e proprio trionfo e gli valse l'affettuoso titolo di avvocato dei poveri.

Tra i primi a rivendicare la proprietà pubblica degli agri marmiferi, in una serie di articoli comparsi sul periodico Il Carrione (1920), Fiaschi conobbe presto la barbarie delle persecuzioni fasciste; violentemente percosso subì danni permanenti alla salute. Nominato responsabile della sezione Marmo nel padiglione italiano all’esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1725, vi pronunciò un sentito discorso nel quale denunciava l’arretratezza del mercato artistico italiano. Per lungo tempo il suo sepolcro ricevette l'anonimo omaggio di garofani rossi, nell'anniversario della scomparsa.

La passeggiata nella storia può proseguire verso il centro del cimitero, lasciandosi a sinistra le sontuose sepolture di affermati scultori e ricchi imprenditori. Di fronte a queste, tra le tante lapidi comuni, si staglia quella del tipografo Loris Catelani (Carrara, 1921-1984), intento al lavoro nella sua officina. La stamperia di famiglia, fondata dal padre Gino, è una delle più antiche della città ed è tuttora in attività.

A breve distanza si nota la curiosa figura di un uomo intento a suonare la chitarra, sullo sfondo dei Ponti di Vara, resto monumentale dell’antica ferrovia marmifera. Si tratta di Mario Cacciatori (Carrara, 1934-1991), imbianchino ricordato per l’apprezzata attività di attore, cantante e autore dialettale. Conosciuto con il soprannome di Caceta, Cacciatori diede vita, con l’amico Manrico Viti, a popolari rappresentazioni di Cotrozi Umbè, Me a rob, ma te anc pù, Na gita ‘n Piana a Maz ecc., dando vita a un filone di teatro vernacolare che non ha, purtroppo, avuto seguito dopo la scomparsa dei suoi protagonisti.

Affrontando la prima rampa di scale centrali, e girando quindi verso destra, l’attenzione viene catturata da una lapide dall’originale soggetto: Eugenio Capovani (Carrara, 1916-1998), è stato infatti immortalato in uno spoglio interno, seduto, con il gomito e il bastone appoggiati a un grande tavolo sul quale figurano un fiasco ed un bicchiere di vino. Tutto concorre, anche la fotografia del defunto, a ricreare l’atmosfera delle tipiche cantine carrarine, dove si mesceva il vino, locale o Toscano, nei piccoli bicchieri del tipo piemontese, localmente chiamati francesini.

Luoghi della socialità più spontanea e popolare, dove si incontravano il padrone e l’operaio, dove si intonavano canti lirici o di protesta e dove il cavatore esausto affogava le sue amarezze nel vino. Si racconta che, in alcune di queste cantine, venissero distribuite le paghe settimanali ai lavoratori: un espediente per permettere all’oste di vedere saldato sull’unghia il conto lasciato in sospeso ma anche un richiamo all’ordine da parte delle consorti dei bevitori, le quali correvano a prenderli prima che l’intero salario finisse sperperato.

Quasi a fianco si nota una sepoltura appena animata da un cippo con i cinque cerchi dei Giochi Olimpici: ospita i resti di Achille Piccini (Carrara, 1911-1995), uno dei quattro calciatori carraresi vincitori della medaglia d’oro alle olimpiadi di Berlino del 1936. Di ruolo difensore, Piccini rimase in campo per tutta la durata della finale, disputata contro la squadra dell’Austria, e vinta 2-1 dall’Italia, il 15 agosto 1936. Militò quindi in Serie A dapprima con la Fiorentina, poi con il Napoli e il Bari. Fu allenatore, in Serie C, della Carrarese e del Catania. A Marcognano è sepolto anche Paolo Vannucci, portiere, compagno di Piccini, di Libero Marchini e Bruno Venturini nell’impresa di Berlino: a loro è intitolato, dal 2005, lo stadio comunale dei Marmi di Carrara.

Al lato opposto del poligono è un altro atleta carrarese a prendere la scena: la presenza di un ring in marmo sulla sepoltura non lascia dubbi, si tratta del pugile Enrico Bertola (Carrara, 1922 – Buffalo, 1949).

Di umili origini, Bertola fu protagonista di una rapida ascesa, interrotta tragicamente. Campione italiano dei pesi massimi, dal 1947, si trasferì negli Stati Uniti d’America sulla scia dell’entusiasmo. Stremato dalla frequenza degli incontri, un ritmo – si dice – imposto dalla malavita di Chicago, subì una decisiva sconfitta a Buffalo, il 4 ottobre 1949, contro il più esperto pugile statunitense Lee Oma.

Invece di gettare la spugna Bertola resistette dieci riprese, al termine delle quali le sue condizioni apparvero subito gravi: operato al cervello, non sopravvisse alla notte. Il ragazzo che si era fatto i muscoli trasportando sacchi di carbone, sarebbe tornato a casa troppo, troppo presto.

Il percorso prosegue tra l’insolita sepoltura del fornaio Pietro Micheli (Carrara, 1942-2009), titolare di una panetteria in vicolo dell’Arancio, la bella lapide, di Ezio Dini (Carrara, 1887-1966), artista e studioso, a lungo bibliotecario dell’Accademia di Belle Arti (si veda anche il percorso Carrara e gli scultori) e un altro ragioniere Alessandro Andrei (Carrara, 1892-1921), anch’egli contraddistinto da libro e penna come il collega Cammilli.

Quasi del tutto illeggibile, purtroppo, una delle più celebrate iscrizioni di Marcognano: incisa sulla lapide della maestra Assuntina Dini (Carrara, 1890-1918).

Il delicato bassorilievo fu eseguito dal già citato Ezio Dini, fratello della defunta, mentre la sentita iscrizione fu dettata dal poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Genova, 1871-1919), amico di entrambi. Se ne fornisce la trascrizione integrale in attesa di un restauro che restituisca dignità all’originale:

Una quieta fanciulla io era: e uno stormo di bimbi / moderavo tra i primi studi e l’ansia di giuochi / e nell’età crescendo che alle fanciulle offre un serto / di rose io mi rinvenni tra i cipressi di Eliso. / Colà rivivo serena; e chiamo: e ancor garruli bimbi / a me corron che senza un bacio vagan tra l’ombre / dettò Ceccardo Roccatagliata Ceccardi.

Il settore estremo del cimitero custodisce la tomba di un pittore poco conosciuto, Ottavio Pettenati (? 1843 – Carrara, 1922), la cui unica opera nota è, ad oggi, un grande Sant’Antonio Abate, posto nel 1914 sull’altare maggiore della chiesa della frazione di Noceto.

Un monumentale Cristo Redentore di Carlo Fontana (Carrara, 1865 - Sarzana, 1856) domina una pregevole cappella di famiglia dove riposa l’avvocato Bernardo Pocherra (Carrara, 1885-1968), politico, sindaco di Carrara (1922-23) e deputato (1934-39), direttore della società editrice Messaggerie Italiane. Degne di nota le vetrate artistiche colorate e la lapide con i due grandi putti a sorreggere un elaborato festone.

Le ultime campate, iniziando il percorso di ritorno verso l’ingresso, ci ricordano le figure dell’architetto Enrico Bonanni (Carrara, 1869-1914), dell’industriale e politico Cherubino Binelli (Carrara, 1858-1920) nonché del geologo e architetto Domenico Zaccagna (Carrara, 1851- Roma, 1940), già coinvolto da Leandro Caselli nelle indagini preliminari per la realizzazione di Marcognano.

Maestro in Accademia di Enrico Del Debbio e Giuseppe Boni, Enrico Bonanni, fratello dello scultore Vincenzo (si veda il percorso Carrara e gli scultori), fu direttore della Marmifera Ligure e del Premiato Laboratorio di Scultura e Architettura di famiglia, fondato nel 1830 dal nonno Vincenzo Bonanni (Carrara, 1802-1887). Suoi, a Carrara, i disegni per l'eclettico palazzo Bonanni in via Roma, per il cosiddetto palazzo della Moretta (già Fabbricotti) e per lo studio di scultura di Alessandro Lazzerini in corso Rosselli.

Deputato del Regno d'Italia (Destra Storica, 1898-1904) e sindaco di Carrara (1907-08), Cherubino Binelli proveniva da una delle principali famiglie dell'alta borghesia marmifera: nel 1871 furono i Binelli a costruire il secondo pontile - dopo quello voluto da William Walton - a Marina di Carrara e nel 1889 risultavano ancora proprietari di undici cave e ben sedici opifici per la lavorazione del marmo. Il palazzo di famiglia a Carrara, disegnato da Leandro Caselli, è oggi sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara.

Domenico Zaccagna, nipote di Pellegrino Rossi e del generale Domenico Cucchiari, conobbe Caselli negli anni giovanili, quando entrambi erano studenti a Torino. La sua opera architettonica più nota rimane l'ex Palazzo delle Poste, poi sede della Cassa di Risparmio, a Carrara (1909-1910).

La sua figura è legata indissolubilmente agli studi geologici che condusse, per un cinquantennio, alle dipendenze dell'Ufficio Geologico d'Italia. Particolarmente rilevanti i risultati legati alle ricerche di Zaccagna sul comprensorio apuano, confluite nel volume Descrizione geologica delle Alpi Apuane (Roma, 1932).

Alla sua morte fu l'amico Ezio Dini (già incontrato più volte a Marcognano) a dettarne l'elogio, proponendo di intitolare a Zaccagna l'Istituto Tecnico di Carrara (che ancora porta il suo nome). Ricordandone la poliedrica personalità e i molteplici interessi così lo descrisse Dini:

È in ogni sua manifestazione, il tipico carrarese: viva l'intelligenza, grande il cuore, stoico l'animo nel sopportare con rassegnazione, ma con ferma volontà di vincere, le circostanze avverse. Fierezza di carattere mai disgiunta da schiettezza di espressione; amore per l'arte.

Parole riferite a un uomo, ma che volevano rappresentare un’intera città e che oggi sembrano riecheggiare tra i volti di Marcognano, dove tenacia, fierezza, schiettezza e amore per l’arte tornano a farsi visibili, affidati al marmo e alla memoria.