Un sentimento grave e solenne scandisce le tappe di questo percorso, segnato dai drammi collettivi vissuti dalla popolazione di Carrara e non solo, nella prima metà del Novecento.
La cappella cimiteriale, che occupa lo spazio antistante l’ingresso di Marcognano, risale alla prima fase costruttiva del complesso. Negli anni, tramite la continua apposizione di lapidi commemorative, ha assunto il carattere di sacrario delle due guerre mondiali.
I resti di molti caduti non hanno mai trovato la strada di casa. Gli eredi, i sopravvissuti, hanno eletto questo luogo alla celebrazione di un lutto che è, allo stesso tempo, personale e condiviso. I nomi sono tanti, i volti pure, e così le storie: c’è chi è caduto in trincea, sulle Alpi, chi nella guerra in Africa, chi in mare.
È qui che la storia dei singoli si fa veramente storia di tutti e le voci diventano un unico mesto coro.
A destra dell’edificio centrale, in un’area verde, si trova il monumento, o per meglio dire la tomba simbolica, degli Alpini apuani caduti nella battaglia di Russia del 1943. Inaugurato solennemente nel 1951, il memoriale è dominato dalla statua in bronzo dell’Alpino di Emilio Musso (Torino, 1890-1973), replicata in più esemplari (anche dopo la sua scomparsa) e presente negli analoghi monumenti di Genova, Torino, Dronero (CN), Imperia, ecc.
Sul versante opposto si erge un cippo dal carattere assai singolare, quasi un obelisco, sostenuto da un alto basamento e concluso da un vaso cinerario classicheggiante, il tutto arricchito da ornati di pregevole fattura. Sovrasta una piccola cripta nella quale furono inumati i soldati della Prima guerra mondiale deceduti nell’Ospedale militare di riserva di Carrara, ospitato allora all’ultimo piano dell’Asilo Garibaldi. Soldati provenienti dalle più svariate regioni d’Italia, chi dalle colline del Chianti, chi dalla pianura campana, chi dalla Sardegna, dalla Puglia o da Roma, giovanissimi – la maggior parte tra i 18 e i 25 anni – feriti al fronte e defunti all’ombra delle apuane.
Una curiosità: spicca, tra i tanti nomi maschili, quello di una donna, Argentina Dell’Amico (Carrara, †1945), la cui presenza rimase a lungo un mistero. Recatasi nella zona di Minucciano (LU), per scambiare sale con prodotti agricoli, come molte donne della sua generazione spinte dalla fame e dalla disperazione, rimase uccisa dagli spari dei militari tedeschi, nel gennaio del 1943. Non è chiaro il motivo per cui si decise di seppellirla in questo insolito contesto.
Altri sepolcri, per quanto individuali, hanno il potere di evocare tragedie molto più ampie: è il caso della lapide di Giuseppe Oddone (Carrara, 1910 – Stromboli, 1942). La memoria è visiva, affidata alle mani esperte di Alterige Giorgi; questi intesse il racconto affiancando al bel ritratto in divisa militare una drammatica scena di affondamento. Una nave militare, munita di artiglieria pesante e di un idrovolante, sta colando a picco. Il motivo con i cannoni incrociati e le foglie di alloro conferma l’idea che ci si trovi di fronte a un luttuoso evento bellico.
Si viene così a scoprire, dopo qualche ricerca, che il Capo cannoniere Oddone faceva parte dell’equipaggio dell’incrociatore leggero Giovanni dalle Bande Nere. La mattina del 1° aprile 1943, mentre faceva rotta verso La Spezia per lavori di riparazione, il Bande Nere fu intercettato dal sommergibile britannico Urge. Colpito da due siluri, l’incrociatore si spezzò in due e sprofondò velocemente, al largo di Stromboli: 380 uomini persero la vita nelle profondità del Tirreno, con il cannoniere carrarese.
Si trova a breve distanza un’altra lapide impreziosita dai rilievi di Giorgi: ricorda la figura di Corinto Bellotti (Carrara, 1911 – Siracusa 1940), medaglia d’oro al valore aeronautico. Al consueto ritratto si affianca questa volta una scena poetica e visionaria, nella quale a un aereo in fiamme sembrano spuntare ali d’angelo sotto quelle di freddo metallo.
La vicenda ebbe grande risalto all’epoca, e fu celebrata anche in un aeropoema di Filippo Tommaso Marinetti. Pilota di grande esperienza, Bellotti stava rientrando in Italia dall’Africa in una missione di aeroambulanza per la quale si era offerto volontario, quando un incendio si sviluppò nella cabina di comando:
Girellando crudelmente le fiamme della carlinga intaccano un tacco di scarpa di Corinto Bellotti
Ormai prossimo all’atterraggio egli resiste, senza lasciare i comandi, e porta in salvo, nell’aeroporto militare di Siracusa, i sedici feriti gravi
E poi decidersi / Carbonizzato fino all’inguine / Decidersi a morire
(Marinetti).
Sul primo fianco della collina, dietro a una serie di esuberanti monumenti funebri, ricchi di sculture e rilievi, si trova uno degli angoli più solenni e coinvolgenti di Marcognano: dieci semplici lapidi, allineate al livello più basso della parete, sono accomunate da un’unica data di morte, 19 luglio 1911.
Quattordici cavatori, intenti a consumare il loro pasto frugale, portato da casa, furono sommersi dal crollo della montagna sotto la cui ombra avevano cercato refrigerio dal calore estivo.
La tragedia, avvenuta in località Bettogli, costò la vita a dieci di questi. Le date di nascita, sulle lapidi, restituiscono un profilo al gruppo, dal veterano Angelo Pasquini, di 71 anni, ai cavatori tra i trenta e i cinquant’anni, la maggioranza.
Un silenzio profondo avvolge il luogo e ci penetra nell’animo, quando si leggono le date di nascita dei più giovani: 1904, 1906. Un breve calcolo ci rivela l’età di Cleonte Barbieri, quindicenne, e di Galliano Cupini, tredicenne, due bagasci, gli assistenti di cava tuttofare.
Il dolore fu grande, così come l’ondata di sdegno: fu indetto uno sciopero al quale parteciparono 6800 cavatori, a cui si unirono lizzatori, segatori, caricatori e ferrovieri: un’estesa mobilitazione che portò a uno storico aumento salariale, all’allargamento dei tempi per la pausa pranzo, e a una riduzione dell’orario di lavoro, conquiste ottenute a carissimo prezzo.
Questo toccante percorso trova la sua naturale conclusione qualche metro più in alto, dove sono state radunate le sepolture dei Caduti per la Libertà, i partigiani morti nella lotta per la liberazione, tra il 1944 e il 1945.
Sono tante le storie nascoste dietro queste lapidi, dal ventenne Loris Giorgi (Carrara, 1924-1944), morto in combattimento a Codena e insignito della medaglia d'oro, a Giuseppe Ulivi (Carrara, 1923 - Forno, 1944) scomparso nell'eccidio di Forno, dal quale prese nome una nota formazione partigiana.
Il senso di quest'angolo raccolto di Marcognano non è, tuttavia, l'esaltazione dei singoli eroismi, ma la memoria di una storia collettiva e del ruolo chiave giocato dalla Resistenza apuana in quel tragico frangente.
La provincia di Massa Carrara fu la prima, in Italia, a essere decorata con la medaglia d'oro al valore militare (1947): tra le motivazioni si ricordavano il leggendario sacrificio delle sue donne e dei suoi ragazzi, ma anche le stragi, devastazioni e rappresaglie atroci subite dalla popolazione civile. Alla città di Carrara è stata poi concessa la medaglia d’oro al merito civile, ricordandone il ruolo strategico nella Linea Gotica. Ci sembra doveroso chiudere questo percorso con le parole usate nel Decreto di conferimento, firmato dal Presidente della Repubblica il 12 gennaio 2007:
La popolazione tutta partecipo, con generosa determinazione, alla guerra partigiana, rendendosi protagonista di eroici slanci di umana solidarietà verso quanti avevano bisogno d’aiuto e prodigandosi, col ritorno alla pace nella difficile opera di ricostruzione morale e materiale.