testo cimitero da buttare

 

Leandro Caselli, Icnografia del Cimitero di Marcognano, 1885. ASMs, Comune di Carrara, Serie I, 673

 

Perché Marcognano

Un cimitero che possa esser degna dimora degli estinti e decoro artistico del nostro Paese.

Agostino Marchetti, sindaco di Carrara · 1885

Nell’incontro tra funzione civile e decoro artistico sta la chiave per comprendere l’importanza del Cimitero Monumentale di Marcognano, testimonianza dei fasti di una stagione gloriosa e tragica della storia di Carrara.

La patria moderna della statuaria (secondo una celebre definizione di Vincenzo Gioberti – 1848) aveva conosciuto una crescita senza precedenti sin da metà Ottocento.

Una prosperità che, fondata sulle fortune del mercato del marmo e sostenuta dalle nuove tecnologie, si traduceva in sviluppo economico, demografico, sociale e urbanistico. Una città dinamica e vivace, animata da forti pulsioni sociali e dall’emergere di nuovi ideali; una realtà in trasformazione che andava assumendo un profilo internazionale come snodo centrale di un commercio, quello del marmo, ormai di dimensione mondiale.

A inizio Novecento Carrara contava oltre duecento laboratori, dai grandi studi di scultura la cui tradizione risaliva al Settecento, agli stabilimenti dal piglio industriale per la lavorazione di ornati ed elementi architettonici, fino alle piccole botteghe artigiane.

Nel 1926, all’apice di questa lunga ascesa, le esportazioni raggiungevano livelli record, superando le 245.000 tonnellate annue; una singola ditta poteva impiegare oltre mille lavoratori e la segheria più grande poteva contare su 360 addetti, tra cavatori e operai. Le imprese carraresi avevano filiali, agenzie e depositi di marmi in molti paesi europei e nelle Americhe, spingendosi fino all’India o all’Australia. Lungo le stesse rotte si muovevano anche gli scultori, inviando nei più remoti paesi opere lavorate negli studi apuani o aprendo prosperi laboratori artistici esteri, perlopiù in America Latina.

Una parabola destinata a incrinarsi, dapprima con la rivalutazione della lira (1927), che colpì duramente le esportazioni, quindi con la crisi economica internazionale del 1929.

Il secondo dopoguerra ci avrebbe consegnato una città profondamente mutata, caratterizzata da uno sviluppo edilizio concentrato sulla pianura e dallo svuotamento del centro storico dalle tradizionali attività produttive.

Il cimitero di Marcognano, nella sua componente monumentale, è il testimone silenzioso di quella stagione così densa della storia di Carrara.

All’ombra dei suoi cipressi si odono gli echi delle battaglie risorgimentali e dei grandi ideali ottocenteschi; dentro le sue urne si conserva la memoria dei drammi collettivi, dalle morti sul lavoro alle guerre mondiali.

Le architetture sontuose delle cappelle raccontano l’epopea dei mercanti del marmo, mentre le lapidi e i monumenti ci parlano della vita quotidiana, dei mestieri del marmo, dei dolori privati e delle appartenenze, politiche e sociali.

I viali e le salite di Marcognano sono infine animati da una silenziosa ed eloquente popolazione: una moltitudine di sculture, dai rilievi appena accennati alle statue a tutto tondo. Le opere monumentali dei maestri più celebrati e i raffinati lavori di intaglio convivono con manufatti più semplici, talvolta naïf, e concorrono a riaffermare il ruolo, storico e attuale, di Carrara città della scultura.

La storia

Al momento dell’unificazione nazionale Carrara rappresentava un’anomalia nel panorama italiano: un distretto produttivo altamente specializzato e già inserito nei mercati internazionali, quando la maggior parte del Regno continuava a muoversi su ritmi più lenti e tradizionali. Lo sviluppo industriale e la crescita economica si traducevano in un rapido incremento della popolazione: tra 1861 e 1881 gli abitanti di Carrara crebbero del 64% ed entro il 1901 erano più che raddoppiati (+128%); un risultato che l’Italia, nel suo insieme, raggiunse solo verso il 1960.

Questo dinamismo poneva gli amministratori locali di fronte alle complesse sfide della modernità: il profilo urbanistico dell’abitato mutava rapidamente e i trasporti erano rivoluzionati dalle nuove tecnologie. Maturava al contempo l‘esigenza di dotare una città, così vivace e vitale, di una più silenziosa, ma non meno necessaria, città dei morti. Il primo camposanto suburbano, in corrispondenza dell’attuale piazza Matteotti, non era in grado di provvedere alle nuove urgenze, sia per la dimensione angusta che, in grado ancora maggiore, per il suo insistere su una zona sempre meno periferica.

I primi progetti

Sin dal 1862 un’apposita commissione provvide quindi a individuare un luogo idoneo alla costruzione di una struttura più ampia e moderna: la scelta iniziale cadde sul sito detto La Foce, lungo la pittoresca strada napoleonica che ancora unisce le città di Massa e Carrara.

Un primo progetto fu approntato per la fine del 1865 e sottoposto al giudizio della locale Accademia di Belle Arti. La Commissione di Architettura ed Ornato dell’istituto, presieduta dal direttore della scuola, lo scultore Ferdinando Pelliccia (Carrara, 1808-1892, anch’egli sepolto a Marcognano) raccomandò una maggiore cura del corredo ornamentale e suggerì importanti modifiche, alcune ispirate a principi di economia, altre ad esigenze meno prevedibili (soprattutto allo sguardo moderno). Si raccomandava infatti di non realizzare il progettato Peristilio, un porticato probabilmente chiuso:

per non creare un ricetto a sconvenevoli ritrovi

Fu il Consiglio Provinciale di Sanità a bocciare il progetto. Il sito della Foce era difficile da raggiungere, troppo lontano dalla città ed in posizione assai elevata. Venivano prese in considerazione altre località, Fontana Fredda, la Levatella, Canale del Rio e la piana di Nazzano.

Finalmente, nell’autunno del 1866, si giunse a un accordo: il nuovo camposanto sarebbe sorto in località Marcognano, a pochi passi dalla città vecchia, nei pressi del borgo di Torano. La burocrazia e la politica avevano tempi lunghi anche nell’Ottocento – più di quattro anni per la scelta del sito – e la vicenda, come vedremo, non era vicina alla sua conclusione.

I lavori iniziarono secondo il progetto dell’ingegnere capo del comune, Francesco Bourelly, al quale si deve il primo disegno per la cappella del cimitero (1868), poi modificato dall’ingegnere Vincenzo Lucchini (1869). In questa sua prima configurazione Marcognano aveva dimensioni molto inferiori alle attuali. L’impianto, perfettamente simmetrico, era organizzato lungo un asse centrale che assecondava l’andamento della collina, convergendo verso l’edificio centrale. Di questo assetto originario, corrispondente al settore inferiore del camposanto attuale, sopravvive solo la cappella, semplificata nel disegno e negli apparati decorativi, mentre il resto della struttura fu poi inglobato negli ampliamenti successivi.

Francesco Bourelly, progetto per la chiesa del nuovo cimitero di Marcognano, dettaglio con l’alzato della cappella centrale, 1868. ASMs, Comune di Carrara, Serie I, b. 673, fasc. Atti d’incanto, Tav. III

L’inadeguatezza della soluzione apparve chiara nel giro di pochissimi anni: al 1875 la popolazione della città era cresciuta del 40% dall’unità nazionale. L’ingegnere comunale Telesforo Simonelli, autore del primo, pionieristico, piano regolatore di Carrara (1874-75), presentò un progetto per l’estensione e il compimento di Marcognano, presto arenatosi nelle pastoie della burocrazia. Poco sappiamo di questo disegno, andato perduto, ma una fonte successiva indica come fosse caratterizzato da forme romanze, uno stile architettonico dal gusto neo medievale che, se realizzato, avrebbe dato un tono radicalmente diverso al nuovo cimitero monumentale.

La visione di Leandro Caselli

Nel 1883 un giovane tecnico piemontese vinse il concorso pubblico per ingegnere capo del municipio di Carrara: con instancabile concretezza e felicità inventiva, Leandro Caselli (1854-1906), allievo a Torino del celebre Alessandro Antonelli (1798-1888), avrebbe cambiato per sempre il volto della città. In soli sette anni di lavoro, prima di accettare un analogo incarico per il comune di Messina, Caselli progettò il Politeama Giuseppe Verdi, la Caserma Dogali, le scuole Aurelio Saffi, il palazzo della Camera di Commercio, quello della Cassa di Risparmio e vari edifici scolastici, per tacere delle opere di risanamento idrico e delle commissioni private.

Nella primavera del 1885, tuttavia, andando a presentare i suoi Progetti di lavori pubblici per la città e le ville, egli non ebbe esitazioni nel porre in maggior risalto un progetto che doveva stargli particolarmente a cuore, quello per il nuovo cimitero di Marcognano, posto in apertura della relazione a stampa pubblicata per l’occasione.

È vivamente sentito da tutti i Carraresi il bisogno di esternare, nel culto dei sepolcri, quel sentimento così universale nella storia dei popoli […] che dettò al poeta i sublimi pensieri sulle urne dei trapassati: le stesse arti plastiche e scultorie ampiamente esercitate in Carrara esigono un campo degno di raccogliere monumenti funerari squisiti per la qualità dei marmi e per la correttezza delle forme.

Facendo leva su sentimenti condivisi, cementati dal sentito richiamo al carme Dei sepolcri di Ugo Foscolo, Caselli introduceva una prospettiva nuova: l’erezione di un camposanto conveniente alla città non avrebbe risposto solo a un’esigenza di ordine pratico ma a un desiderio più profondo, quello di una necropoli che rispecchiasse il ruolo di Carrara come città del marmo e della scultura.

L’ubicazione dell’impianto non era più messa in discussione ed anzi, per mettere definitivamente a tacere le critiche (dopo vent’anni!), ci si affidava a una dettagliata relazione tecnica dell’insigne geologo Domenico Zaccagna (1851-1940, anch’egli sepolto a Marcognano, si veda il percorso I volti della città).

Domenico Zaccagna, rilievo altimetrico dell’area di Marcognano, 1882. ASMs, Comune di Carrara, Serie I, b. 672, fasc. 22.

Il grandioso progetto di Leandro Caselli, fortunatamente preservato, sfruttava la naturale pendenza del sito come risorsa scenografica: l’adozione di una pianta mistilinea, i lunghi porticati in salita e i gradoni andavano a creare un ampio anfiteatro al centro del quale si innalzava un’ambiziosa cappella. L’insieme riecheggiava l’architettura del cimitero monumentale di Staglieno a Genova, opera di Carlo Barabino (1768-1835) e Giovanni Battista Resasco (1798-1872), anche per il solenne e austero stile classicista adottato da Caselli.

Tentato, in un primo momento, dall’adozione di un vocabolario neo romanico o neo gotico, che egli avrebbe preferito per seguire le tradizioni locali, tentando una composizione ispirata alle forme del duomo di Carrara, l’ingegnere aveva di fatto optato per forme greco-romane, non tanto per motivi stilistici ma per economia di spesa.

Prospettive di risparmio che non sembrano condizionare altrimenti il disegno, per il quale si prevedeva la demolizione della precedente cappella, la costruzione di propilei di ingresso, locali per osservazioni necroscopiche, alloggio per il custode e, su tutto, il sontuoso Tempietto centrale, fulcro visivo dell’intero progetto. Preceduto da un solenne pronao ottastilo – un alto portico sorretto da otto colonne – e interamente rivestito in marmo, l’edificio religioso aveva pianta centrale ed era sovrastato da una cupola che avrebbe dato slancio verticale all’intero complesso funerario.

Il tutto sarebbe stato concluso da una zona verdeggiante chiamata riserva del Cimitero, al limitare superiore della struttura, oltre le cappelle e la chiesa: un’area cuscinetto, percorsa da sinuosi vialetti, e destinata ad accogliere speciali monumenti funebri – tempietti, piramidi, grandiosi cippi destinati a uomini benemeriti – in un contesto più simile a un parco della rimembranza o a un cimitero anglosassone che a un tradizionale camposanto.

Leandro Caselli, progetto di ampliamento del cimitero di Marcognano, 1885. ASMs, Misc. 36, fasc. 18.

All’ingresso un esteso piazzale avrebbe permesso una visione d’insieme del complesso, andando anche a soddisfare una visione, assai lungimirante, per gli anni a venire:

In alcune circostanze e specialmente allorché gli onori che si rendono ad un defunto prendono il carattere di dimostrazione politica, la folla del popolo e del corteggio ufficiale deve restare fuori del sacro recinto per meglio sentire il funebre elogio e per non turbare la quiete neutrale del Cimitero.

Le parole di Caselli sembrano quasi presagire le grandi adunate di popolo per le tragedie del Novecento, le morti sul lavoro e le guerre, ma anticipano anche tematiche ancora attuali, quando parlano di ricavare uno spazio da dedicare alla sosta delle carrozze nelle occasioni di solenni accompagnamenti funebri – problema risolto solo in tempi moderni con la creazione dell’antistante parcheggio pubblico.

La capacità totale del cimitero, a lavori conclusi, sarebbe stata di diecimila sepolture, suddivise tra Cappelle gentilizie di prima, seconda o terza categoria, Colombari, posti distinti e campi comuni. Si prevedeva una spesa ingente (500.000 lire) per le casse comunali, mitigata in parte dalle tariffe sui depositi: dalle 20 lire per il posto singolo in un’area di VII categoria, alle 500 lire per il porticato superiore – ma si poteva salire fino a 4.200 lire per una cappella di prima categoria –per sepolture di famiglie e per parenti in linea retta ed affini – con possibilità di ospitare fino a 30 salme.

Caselli ricordava infine come la spesa pubblica non dovesse essere affrontata da una sola generazione di cittadini carraresi, né in pochi anni:

La costruzione del Cimitero potrà durare cinquanta, sessant’anni e più, in modo simile a quello tenuto nel medio-evo, per la costruzione delle più importanti chiese italiane.

Non si esitava quindi ad accostare l’erezione del camposanto, per importanza e significato simbolico, a quella delle antiche cattedrali, organizzandone i tempi tra una fase immediata, fatta di espropri, sistemazione di viali e rampe e costruzione dei nuovi muri di cinta (in modo da rendere funzionale la struttura il prima possibile), ed una successiva, più lenta, dedicata agli elementi monumentali e agli apparati decorativi.

Le ambizioni di Caselli trovarono pieno sostegno nelle parole del sindaco Agostino Marchetti (1838-1908, sepolto nella Cappella Salvini), al quale spettò l’approvazione ufficiale di un piano la cui riuscita sarebbe stata – segno di civiltà progredita nel nostro paese. Marcognano non sarebbe stata solo una degna dimora degli estinti, ma avrebbe dovuto provvedere al decoro artistico di Carrara:

Un’opera degna della città dei marmi, della città che diede vita a tanti artisti […] un progetto che potesse rispondere alle condizioni attuali della città, e dell’avvenire che le è riservato.

Marcognano oggi

Il tempo, come spesso accade, ha visto le ragioni di ordine pratico, ed economico, prevalere su ogni altra istanza: la struttura del cimitero attuale ricalca quella immaginata da Caselli, dal suggestivo adagiarsi delle costruzioni sul declivio della collina, all’andamento dei viali e delle rampe d’accesso. Mancano gli elementi più imponenti, dal tempio centrale ai porticati, rimasti solo sulla carta. Lo stesso progettista, d’altronde, aveva intravisto la condizione che avrebbe consentito un vero sviluppo in chiave monumentale di Marcognano:

Il Cimitero si dovrà quindi completare, coll’andar del tempo, mediante la iniziativa privata. L’ardore dei cittadini carraresi sarà tale che in poco men di trent’anni saranno ultimate tutte le cappelle private.

È questa la chiave per comprenderne a fondo il valore e il significato più profondo: non la visione, seppur moderna e lungimirante, di un singolo individuo, ma l’opera collettiva di più generazioni di carraresi, imprenditori, artisti, politici e comuni cittadini.

Un racconto a più voci che, come il coro di un’opera verdiana, dà voce alla memoria di un’intera comunità.

Documenti d’archivio

Le carte di Marcognano