Monumento funebre

Monumento funebre della famiglia Bernabò

Monumento funebre della famiglia Bernabò
veduta frontale

Galleria

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Storia e descrizione

Un grande sarcofago rettangolare, animato da motivi di gusto archeologico, funge da basamento per una massiccia croce, dall’elaborato piedistallo.

Un angelo a grandezza naturale precede la struttura, quasi a volerla proteggere, invitando i visitatori a un momento di riflessione prima di avvicinarsi all’opera.

La veste aderente, riccamente adornata, e i tratti del volto, sembrano avvicinare l’opera a un ritratto, ma il gesto eloquente e l’espressione severa, con gli occhi quasi sbarrati (ci si deve avvicinare parecchio per rendersi conto che sono solo socchiusi), arrestano queste sensazioni terrene per trasportarci in un’eterea dimensione spirituale.

La tipologia è quella dell’Angelo severo, che sbarra le porte dell’aldilà – derivato dal prototipo della tomba Pigni (Milano, Cimitero Monumentale, 1877) di Odoardo Tabacchi (1831-1905), rivisitato, non senza accenni sensuali, alla luce del celebre Angelo Oneto (1882) di Giulio Monteverde (1837-1917) a Staglieno.

La sintesi è originale e la paternità dell’opera è stata restituita a Carlo Nicoli da S. Berresford, sulla base di un confronto fotografico con antichi modelli dello studio Nicoli.

Sulle pareti del sarcofago, scandite da un elegantissimo motivo vegetale, si stagliano i ritratti dei coniugi Bernabò, entro medaglioni.

Clotilde Bernabò Corradi (1865-1912) è raffigurata con un’elaborata acconciatura Belle Époque (al tempo si sarebbe detta alla Pompadour o alla Gibson), e con abiti minuziosamente definiti nei dettagli.

Un’eleganza moderna e lussuosa ma senza ostentazioni (non sono presenti monili o gioielli), tipica dell’alta borghesia di inizio secolo.

Il marito Emilio è caratterizzato dai grandi baffi accuratamente modellati e dal completo elegante con colletto rigido inamidato: non l’immagine di un artista bohémien ma quella di un professionista colto e socialmente affermato.

Entrambi presentano espressioni vivaci e tratti realistici: non immagini idealizzate o stereotipate, ma ritratti scolpiti da chi doveva averli conosciuti personalmente.

Emilio Bernabò (1848-1912)

Architetto, imprenditore e insegnante, Emilio Bernabò fu nominato professore di architettura e ornato monumentale presso lo Stabilimento Teorico Pratico di Belle Arti di Massa Carrara sin dal 1881.

Fece parte della Commissione provinciale per la conservazione dei monumenti e degli oggetti d’antichità e d’arte (antenata delle attuali Soprintendenze) e del consiglio d’amministrazione della locale Cassa di Risparmio.

Nel 1882 eseguì e firmò l’altare maggiore della chiesa di San Leonardo, sull’isola di Procida.

Intarsiato in marmi policromi e arricchito da finissimi lavori di intaglio, il complesso rielabora in chiave moderna, e con gusto eclettico, tipologie sei-settecentesche, esemplificando efficacemente la produzione dei laboratori di architettura carraresi di fine Ottocento.