Cappella di famiglia di Bernardo Pocherra (Carrara, 1885-1968), avvocato, politico, editore, con scultura monumentale di Carlo Fontana.
Cappella famiglia Fausto Corsi
Cappella della famiglia Corsi: i rilievi in facciata illustrano le fasi della lavorazione artistica del marmo, dall’estrazione del blocco fino alla scultura e alla spedizione.
Cappella funeraria della famiglia Orsini
Cappella funeraria della famiglia Orsini, con elementi architettonici e decorativi che riflettono l’Egittomania di inizio Novecento.
Cappella funeraria della famiglia Beretta
Cappella di famiglia di Giovanni Beretta (Carrara, 1867-1931), scultore, fondatore di uno studio di scultura in via Cavour. L’architettura è un omaggio al mausoleo di Giuseppe Mazzini a Staglieno (1874), alla cui realizzazione partecipò il laboratorio Beretta.
Busto di Antonio Caniparoli
Busto in gesso di Antonio Caniparoli (Carrara, 1867-1914), scultore e titolare di uno studio di scultura e architettura in località San Martino. Si trova all’interno della cappella Caniparoli – Lena.
Gruppo scultoreo “Padroni del Campo”, di Pietro Raffo
Pietro Raffo, Padroni del campo (1906), gruppo scultoreo in marmo statuario con base in Bardiglio. Si trova nei pressi della sepoltura dell’autore, nella cappella di famiglia.
Statua della Pietà Vaticana (da Michelangelo)
Pietà Vaticana, gruppo scultoreo da Michelangelo, posto sulla facciata della cappella funeraria della famiglia di Andrea Frassini (1879-1930), titolare dello Studio di scultura Andrea Frassini & Sons, in via Campiglia
Cappella funeraria di Paolo di Ferdinando Triscornia
La cappella Triscornia si distingue nel panorama di Marcognano per il vocabolario architettonico e decorativo ispirato all’antica civiltà egizia. L’interesse per questo tipo di repertorio, comunemente definito Egittomania, divenne un fenomeno di massa e di costume sin dalla fine del Settecento, grazie alle nuove scoperte archeologiche e alle campagne napoleoniche.
Nella seconda metà dell’Ottocento, l’apertura del Canale di Suez (1869) e il successo dell’Aida (1871) di Giuseppe Verdi rinnovarono l’attrazione del pubblico, e degli artisti, per l’Egitto dei Faraoni. Piramidi, sfingi, obelischi, palme, serpenti e geroglifici, popolarono l’arte e l’architettura del periodo simbolista, alimentando un immaginario sospeso tra esotismo, mistero e suggestioni esoteriche.
L’edificio, severo e monumentale, è impostato su una pianta pressoché quadrata. La composizione è dominata da superfici lisce, scandite da grandi filari orizzontali, che accentuano l’impressione di solidità. L’accesso è preceduto da una breve scalinata e da un pronao sorretto da due colonne dal gusto egittizzante, con capitelli stilizzati con motivo a foglia di palma. L’insieme è concluso da una pronunciata modanatura a gola egizia, al di sotto della quale corre un fregio a motivi vegetali che contorna l’intera cappella: al centro, sopra il portale d’ingresso, un motivo ornamentale che reinterpreta in maniera eclettica l’antica simbologia del disco solare alato.
L’interno, la cui decorazione riecheggia quella dell’esterno, è completato da un’originale figura in marmo rappresentante un Cristo porta croce: la rigida frontalità e la sintesi geometrica della composizione richiamano un linguaggio prossimo all’Art Déco e potrebbero suggerire un inserimento successivo alla costruzione della cappella.
Il progetto, di Paolo Triscornia, risale al 1912 e la cappella fu completata due anni più tardi, nel 1914. Un’iscrizione, all’interno della stessa, ne ricorda l’edificazione:
PER ONORARE LA MEMORIA DEI SUOI AUTORI / PAOLO TRISCORNIA / QUESTA CAPPELLA COSTRUI’ / NELL’ANNO 1914
Paolo di Ferdinando Triscornia (Carrara, 1853-1936)
La famiglia Triscornia risulta coinvolta nel mondo della scultura sin dalla fine del Settecento. Paolo Andrea Triscornia (Carrara, 1757 – Roma, 1833) e Agostino Maria Triscornia (Carrara, 1767-1824), inviavano originali e copie dall’antico a San Pietroburgo sin dal 1793. Il Museo dell’Ermitage conserva ancora un nucleo di ben nove opere in marmo di Paolo Andrea, dal grande gruppo del Laocoonte, dall’originale dei Musei Vaticani, al Gladiatore Morente dei Musei Capitolini, fino ai soggetti d’invenzione con i gruppi di Diana e Endimione e Amore e Psiche.
Le opere venivano realizzate a Carrara e inviate, via mare, in Russia, dove Agostino gestiva il magazzino di cose marmoree della famiglia. Questo rapporto privilegiato proseguì per la maggior parte del secolo: la filiale di San Pietroburgo della ditta Triscornia sarebbe rimasta attiva fino al 1875.
Paolo di Ferdinando Triscornia, che adottava il nome esteso per distinguersi dall’avo Paolo (1811-1907), fu l’ultimo esponente della dinastia ad occuparsi di scultura e lavorazione artistica del marmo.
Seguendo una tradizione inaugurata dal padre Ferdinando (1817-1897, sepolto nella cappella), egli si specializzò nella realizzazione di piccole, ma raffinatissime, sculture in marmo destinate, perlopiù, al mercato britannico e a quello francese.
I cataloghi del tempo lo ricordano come autore di statue fantasia, monumenti di lusso e ritratti conformi a fotografie, e dal suo moderno laboratorio in località San Martino (ancora ben visibile lungo la via Carriona) uscirono lavori destinati ai palazzi imperiali di Berlino e Budapest, alla Russia e all’Ungheria.
Nel 1892 realizzò il Monumento a Cristoforo Colombo per Las Palmas de Gran Canaria in occasione del quarto centenario della scoperta dell’America. Posto nella centralissima Plaza Alameda de Colón, il monumento consiste di un’alta colonna ottagonale (7,5 metri) dall’elaborato disegno, sulla quale posa il busto di Colombo di proporzioni colossali.
Il successo di questa commissione gli valse un altro importante incarico per Las Palmas, il Mausoleo alla memoria dei naufraghi italiani del piroscafo Sud America: partito da Montevideo e diretto a Genova, il Sud America fu speronato da una nave francese e colò a picco causando la morte di 88 persone. L’opera di Triscornia, nel cimitero cittadino, è composta da una figura femminile, allegoria dell’Italia, che stende il braccio destro verso una corona funebre posta su una parete di nuda roccia: questo elemento, che si vuole rappresenti gli scogli del porto di Las Palmas, ricorda altresì il profilo delle Alpi Apuane viste da Carrara.
Tra i suoi ultimi lavori il monumento al Conte di Pozos Dulces, su modello dello scomparso Domenico Boni (Carrara, 1886 – L’Avana, 1916), per il quartiere del Vedado a L’Avana (Cuba), ultimato nel 1925.
Senza eredi diretti, nonostante i due matrimoni, si ritirò nella villa di Torre del Lago – dove accolse letterati e artisti del calibro di Giacomo Puccini, Leonardo Bistolfi, Lorenzo Viani, Carlo Carrà e molti altri – cedendo le attività artistico-industriali di famiglia all’ingegnere Emilio Quaglino, che continuò ad operare sotto l’insegna Triscornia-Quaglino fino al 1984.
Cappella funeraria della famiglia Forti
La cappella condivide il gusto eclettico delle vicine sepolture Cucchiari e Salvini ma, tra queste, si distingue una più convinta adesione al filone internazionale del gothic revival.
Impostato su un volume rettangolare concluso da un prospetto a capanna, l’edificio ha tutti i caratteri di una chiesa gotica in miniatura: la facciata è scandita da robusti contrafforti angolari che si innalzano fino a trasformarsi in slanciati pinnacoli, mentre il timpano, coronato da una croce, è animato da una teoria di gattoni e trafori che accentuano il marcato sviluppo verticale della composizione.
L’ingresso è incorniciato da un profondo portale strombato ad arco acuto, decorato con motivi geometrici a rilievo, mentre il rosone e le eleganti trifore aperte lungo i fianchi alleggeriscono la compatta massa muraria, evocando il lessico dell’architettura gotica reinterpretato secondo il gusto di inizio Novecento.
La lunetta centrale è impreziosita da un rilievo del Sacro Cuore di Gesù, accompagnato da un ricco trono neogotico che riprende il lessico architettonico dell’intera cappella.
I raffinatissimi ornati, a motivi geometrici e vegetali, comprendono il monogramma B F (Beniamino Forti) inscritto entro una stella a otto punte: la cappella fu infatti edificata dal figlio Adolfo in memoria del padre defunto.
Adolfo Forti (1879-1936)
Le attività industriali della famiglia Forti non nascono dal commercio del marmo ma da quello delle granaglie: Beniamino Forti (1852-1925, sepolto nella cappella, a lui dedicata) originario di Tenerano, in Lunigiana, giunge a Carrara a fine Ottocento. L’iniziale acquisto di un mulino lungo la via Carriona fu seguito da importanti investimenti nel settore, anche fuori città, con l’insegna Chiari & Forti.
L’ingresso nel mondo del lapideo avviene nel 1920, ad opera di Adolfo, figlio di Beniamino, che fonda la Adolfo Forti Marmi, una tra le protagoniste del Novecento carrarese: nel 1933 furono acquistate le cave della Carbonera, dalla famiglia Vennai, e pochi anni dopo Adolfo fu nominato presidente della Cassa di Risparmio di Carrara (1936).
Gli interessi della famiglia si allargarono presto al settore portuale, con importanti investimenti nei Rimorchiatori riuniti di Genova e Venezia. Le attività industriali proseguirono quindi sotto la guida del figlio Ennio (1908-1991) e dei nipoti Paolo (1938-2010) e Antonio, fino alle soglie del nuovo millennio.
Cappella funeraria della famiglia Mattioli
La cappella è impostata su un massiccio volume a tronco di piramide, interamente rivestito da enormi blocchi bugnati, quasi una muratura ciclopica.
I filari, progressivamente arretrati verso l’alto, accentuano il senso di stabilità e conferiscono all’edificio un carattere arcaico e monumentale, quasi quello di una costruzione primordiale.
L’accesso avviene tramite una semplice apertura architravata, volutamente priva di decorazioni, sormontata dal busto ritratto di Antonio Mattioli. Lo sguardo sereno, l’abito elegante ma sobrio e i grandi baffi ricurvi donano all’effigiato l’aspetto di un imprenditore affermato, consapevole del prestigio raggiunto attraverso il proprio lavoro.
Antonio Mattioli
Pur non appartenendo all’élite dei grandi industriali carraresi, Antonio Mattioli aveva costruito una realtà imprenditoriale solida, fondata sull’attività estrattiva e sul commercio del marmo.
Fonti dell’epoca ci forniscono dati precisi sull’organizzazione del lavoro nelle sue cave: gli addetti erano 49, ai quali si aggiungevano 4 fanciulli: un dato oggi inaccettabile ma che fotografa una realtà ampiamente diffusa. A 13-14 anni, o anche prima, era comune entrare nel mondo del lavoro, in questo caso in veste di bagasci, assistenti di cava che provvedevano alle necessità primarie, dal cibo agli strumenti, per i lavoratori più esperti. I cavatori guadagnavano in media 3.70 lire al giorno, una paga in linea con quella di un qualunque operaio specializzato, ma erano pagati a tempo: nelle fredde giornate invernali, quando le cave chiudevano per pioggia, ghiaccio o neve, non si guadagnava. L’imprenditore guadagnava all’anno quanto sei cavatori (stando alle dichiarazioni dei redditi di Mattioli).
La monumentale cappella di Marcognano riflette la volontà di rappresentare questo successo economico e sociale, inserendo simbolicamente la famiglia nel pantheon dell’imprenditoria cittadina.