La lizza

Frammento del monumento funebre di Giuseppe Del Bianco (1907-1979), con la rappresentazione di una lizza carica di marmi.

Monumento funebre di Enrichetta Raggi

Monumento funebre di Enrichetta Raggi (Carrara, 1837-1929), con scultura di Renato Beretta ispirata al celebre ritratto di Caterina Campodonico, la venditrice di noccioline, nel cimitero monumentale di Staglieno

Monumento funebre della famiglia Ascoli

Monumento funebre della famiglia di Umberto Ascoli (1874-1937), industriale, scultore, titolare del laboratorio artistico The Carrara Fine Art Marble Works, sito in via Roma

Monumento funebre di Arturo Dazzi

Monumento funebre dello scultore Arturo Dazzi (Carrara, 1881-Pisa, 1966), con Sant’Agnese, da modello dello stesso.

Monumento funebre della famiglia Bernabò

Un grande sarcofago rettangolare, animato da motivi di gusto archeologico, funge da basamento per una massiccia croce, dall’elaborato piedistallo.

Un angelo a grandezza naturale precede la struttura, quasi a volerla proteggere, invitando i visitatori a un momento di riflessione prima di avvicinarsi all’opera.

La veste aderente, riccamente adornata, e i tratti del volto, sembrano avvicinare l’opera a un ritratto, ma il gesto eloquente e l’espressione severa, con gli occhi quasi sbarrati (ci si deve avvicinare parecchio per rendersi conto che sono solo socchiusi), arrestano queste sensazioni terrene per trasportarci in un’eterea dimensione spirituale.

La tipologia è quella dell’Angelo severo, che sbarra le porte dell’aldilà – derivato dal prototipo della tomba Pigni (Milano, Cimitero Monumentale, 1877) di Odoardo Tabacchi (1831-1905), rivisitato, non senza accenni sensuali, alla luce del celebre Angelo Oneto (1882) di Giulio Monteverde (1837-1917) a Staglieno.

La sintesi è originale e la paternità dell’opera è stata restituita a Carlo Nicoli da S. Berresford, sulla base di un confronto fotografico con antichi modelli dello studio Nicoli.

Sulle pareti del sarcofago, scandite da un elegantissimo motivo vegetale, si stagliano i ritratti dei coniugi Bernabò, entro medaglioni.

Clotilde Bernabò Corradi (1865-1912) è raffigurata con un’elaborata acconciatura Belle Époque (al tempo si sarebbe detta alla Pompadour o alla Gibson), e con abiti minuziosamente definiti nei dettagli.

Un’eleganza moderna e lussuosa ma senza ostentazioni (non sono presenti monili o gioielli), tipica dell’alta borghesia di inizio secolo.

Il marito Emilio è caratterizzato dai grandi baffi accuratamente modellati e dal completo elegante con colletto rigido inamidato: non l’immagine di un artista bohémien ma quella di un professionista colto e socialmente affermato.

Entrambi presentano espressioni vivaci e tratti realistici: non immagini idealizzate o stereotipate, ma ritratti scolpiti da chi doveva averli conosciuti personalmente.

Emilio Bernabò (1848-1912)

Architetto, imprenditore e insegnante, Emilio Bernabò fu nominato professore di architettura e ornato monumentale presso lo Stabilimento Teorico Pratico di Belle Arti di Massa Carrara sin dal 1881.

Fece parte della Commissione provinciale per la conservazione dei monumenti e degli oggetti d’antichità e d’arte (antenata delle attuali Soprintendenze) e del consiglio d’amministrazione della locale Cassa di Risparmio.

Nel 1882 eseguì e firmò l’altare maggiore della chiesa di San Leonardo, sull’isola di Procida.

Intarsiato in marmi policromi e arricchito da finissimi lavori di intaglio, il complesso rielabora in chiave moderna, e con gusto eclettico, tipologie sei-settecentesche, esemplificando efficacemente la produzione dei laboratori di architettura carraresi di fine Ottocento.

Monumento funebre di Erminia Maggesi

Tre scalini, fiancheggiati da lucerne funerarie in marmo, precedono un austero sarcofago, dalla sobria decorazione.

Chiude la composizione un altissimo cippo degradante verso l’alto, sul quale siede un angelo, quasi fosse appena disceso dal cielo, nell’atto di posare una corona di fiori sul sepolcro.

L’insieme ricorda, per impostazione generale, il monumento Faggioni, ma il tono è, nel complesso, più lieve.

La figura scolpita rientra nella tipologia dell’Angelo butta fiori (la definizione è di Carlo Nicoli), ha forme femminili e vesti riccamente decorate.

L’ampia tunica che scivola verso il basso sembra presagire il movimento dell’angelo, quasi sospeso nella sua discesa in direzione del sarcofago.

L’elemento scultoreo diventa protagonista assoluto della composizione, ne ravviva il carattere, altrimenti austero, e vi introduce un tono quasi narrativo.

L’elegantissimo motivo Art Nouveau disegnato dalla veste dell’angelo quasi incornicia la semplice iscrizione funebre, dove la defunta è ricordata per le sue munifiche attività:

COSTANTE E GENEROSA / SOCCORRITRICE DEI POVERI

Sul lato destro del sarcofago è riportata una citazione dal celebre inno per il Giovedì Santo di Paolino di Aquileia (VII sec.):

UBI CHARITAS / IBI DEUS

(dove vi è carità, li c’è Dio)

La presenza di analoghe figure angeliche nel repertorio dello studio Nicoli, e l’evidente affinità stilistica con le vicine sepolture Bernabò, Nicoli e Faggioni, con le quali va a costituire un insieme di notevole coerenza estetica, spingono ad attribuirne l’esecuzione a Carlo Nicoli e alle maestranze del suo studio carrarese.

Erminia Maggesi (1833-1903)

Erminia Maggesi, figlia di Antonio, è una delle figure più enigmatiche di Marcognano.

Le uniche notizie sulla sua vita provengono dal monumento funebre, dove è ricordata per la costante attività caritatevole.

L’imponenza del sepolcro e il pur tenue profilo biografico che ne emerge sembrano rimandare a una donna appartenente all’alta borghesia industriale; allo stato attuale delle ricerche, tuttavia, non sono emersi ulteriori elementi sulla sua vicenda personale.

Monumento funebre dello scultore Cesare Faggioni

Monumento dal carattere scultoreo, con elementi architettonici semplificati o concepiti come supporto per la statuaria.

Un grande e austero basamento quadrangolare, privo di qualsiasi decorazione, funge da base per il monolitico sarcofago dello scultore, il cui nome appare ormai quasi illeggibile.

La composizione è chiusa da una quinta architettonica gradonata, sulla quale si erge un’alta croce la cui semplicità geometrica è movimentata da raggiere in marmo.

Al centro, affiancata da due lampade votive in marmo, una figura alata siede in atteggiamento riflessivo. Vi si riconosce il più delle volte un angelo della resurrezione o un angelo custode del sepolcro.

La presenza di una lunga tromba, ormai abbassata, e la mesta posa inducono tuttavia a riflettere più attentamente sul significato della scultura, e proporne una lettura inedita.

L’intero monumento sembra assumere significato compiuto se si interpreta la figura centrale come un Angelo/Genio della Fama, assorto e silenzioso; una riflessione sull’effimera gloria terrena dell’artista, destinata a sopravvivere soltanto nell’eco delle sue opere.

L’insieme, interamente realizzato in marmo di Carrara e completato nel 1914, fu nello studio Nicoli su modello dello stesso Faggioni.

Cesare Faggioni (1843-1912)

Fidato collaboratore di studio di Carlo Nicoli, Cesare Faggioni (†1912) è autore ancora poco conosciuto. La sua attività si svolse all’ombra del più noto maestro, per quanto egli lavorasse con la qualifica altamente specializzata di smodellatore nell’atelier di San Francesco.

Si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara e partecipò all’Esposizione Generale Italiana di Torino, nel 1884, con la statuetta di una Ciociara.

Il suo nome è associato ad alcuni monumenti funebri in Uruguay ma è assai probabile che egli abbia creato i modelli per molte delle opere uscite dal laboratorio dei Nicoli.

Fu attivo anche come imprenditore nel settore estrattivo.