Lapide a muro

Lapide funeraria di Carlo Dunchi

Lapide funeraria di Carlo Dunchi

Galleria

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Storia e descrizione

Sepoltura del partigiano Carlo Dunchi (1916-1945), impreziosita da un’elaborata lapide in marmo realizzata dal fratello scultore Nardo. Opera giovanile di Dunchi, il rilievo con Le nuove beatitudini  unisce ricordi del Trecento toscano, da Giovanni Pisano a Giotto, alla lezione del maestro Arturo Martini (1889-1947), che lo scultore aveva conosciuto presso lo studio Nicoli nel biennio 1936-37.

Le scene si susseguono in più registri sovrapposti, traendo vivace ispirazione dai pannelli del pulpito del duomo di Pisa. Il titolo rimanda alle Beatitudini evangeliche e sembra auspicare un nuovo inizio, morale e civile, per l’umanità uscita dal secondo conflitto mondiale.

Le nuove beatitudini andranno allora intese come via di giustizia e pace per ricostruire le coscienze distrutte dall’odio bellico.

Difficile interpretare nel dettaglio gli elementi del rilievo: Dunchi sceglie di affiancare episodi della vita di San Francesco d’Assisi – interpretati come incarnazione concreta dei valori evangelici delle Beatitudini – a raffigurazioni allegoriche che rimandano, in vario modo, alla tragedia universale della guerra appena conclusa.

In alto a sinistra si assiste alla celebre scena della spoliazione, con un giovanissimo Francesco tra il vescovo Guido, che lo copre, e il padre Pietro di Bernardone. I riquadri seguenti sembrano riferirsi a Francesco tentato dalla meretrice, alla guarigione del frate infermo con il pane segnato da Francesco e (forse) a Francesco che mostra le stimmate ai confratelli. Nel registro inferiore si riconosce invece l’episodio del riscatto degli agnelli (in basso a destra).

Ancora più complesso decifrare i riferimenti alla contemporaneità: l’arciere che sconfigge l’aquila rappresenta forse un’allegoria della sconfitta del fascismo o della lotta di liberazione, mentre il leone che divora una figura potrebbe rimandare alla ferocia della guerra.

Dunchi non ha lasciato, nelle sue memorie, una chiave per decifrare del tutto il rilievo di Marcognano. L’arte del partigiano/scultore, in questa sua fase precoce, non cessa di affascinare per la continua reinvenzione della scultura trecentesca e il riadattamento di motivi evangelici alla modernità: l’aver lasciato un certo margine di libertà nell’interpretazione è un tratto caratteristico del suo percorso figurativo e un invito a lasciarsi coinvolgere dalla suggestione di un’opera che continua a porre domande senza offrire tutte le risposte.

Nardo Dunchi (Carrara, 1914 – 2010).

Scultore e partigiano, Nardo Dunchi fu allievo di Arturo Dazzi in Accademia e discepolo di Arturo Martini.

Dopo aver militato nel corpo degli Alpini partecipò attivamente alla lotta per la liberazione, dapprima in Piemonte, quindi organizzando gruppi di combattenti sugli Appennini.

Finita la guerra tornò ad occuparsi di scultura, esponendo a Carrara e Siena: nel 1957, dopo la pubblicazione delle sue Memorie Partigiane, decise di trasferirsi a Parigi, nel quartiere di Montparnasse, dove frequentò Hans Arp, Yves Klein, Augustin Cardenas e molti altri.

Rientrato in Italia strinse amicizia con Henry Moore e cominciò a realizzare opere monumentali per spazi pubblici, inviate in Germania, Austria e Francia.

Nel 1960 partecipò, con l’amico Carlo Andrei (anch’egli sepolto a Marcognano), alla memorabile operazione di spostamento dei templi egizi di Abu Simbel.

Rimangono a Carrara il suo Monumento al Partigiano (loc. Avenza), il Gioco per bimbi, sulla spiaggia di Marina di Carrara, e la monumentale Sorgente di Luce, che occupa con la sua monolitica imponenza la rotonda all’incrocio tra via Aurelia e viale XX Settembre.